Gobbo a mattoni, il 24 luglio

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Ricordi di una casa del popolo

Nel giorno in cui si festeggia il cinquantennale della casa del popolo, i due protagonisti ne rievocano la storia e le memorie, parlando di un luogo, che nel tempo ha cambiato nome ed identità snaturandosi rispetto alla cultura originaria, ma così familiare da sentirsi “meglio che a casa”. Lunedì 24 luglio lo spettacolo “Gobbo a mattoni” – soliloquio a due voci – scritto da Riccardo Goretti e diretto da Massimo Bonechi, vincitore della sezione “Monologhi” al Festival Inventaria di Roma del 2017, andrà in scena nel giardino del Circolo Arci “11 Giugno” di Carmignano alle 21.30 ad ingresso gratuito. Lo spettacolo è stato realizzato all’interno del progetto “Ritrovarci”, un percorso di video interviste nei Circoli Arci della provincia di Prato ideato e diretto dal regista Massimo Bonechi nell’arco del 2015.

La storia si svolge all’interno di una casa del popolo, ora diventata “circolo Arci”, con le sue pareti ingiallite dal tempo e dal fumo delle sigarette fumate dai giocatori di carte, che lì hanno trascorso il proprio tempo, ad alimentare la lotta comunista, che negli anni è sbiadita come il colore di quelle stesse pareti. Il protagonista, “Sindachino”, ricorda per l’ultima volta le vicende ed i personaggi della casa del popolo, che sfortuna ha voluto chiuderà l’indomani, il giorno successivo ai festeggiamenti per il cinquantennale.

“Che poi comunque “aspettare” l’è un conto… “aspettare qui nei’ mi’ circolino” l’è un attro conto. Vi torna? Qui mi sento a casa. Meglio che a casa! Non per nulla la chiamano “La casa dei popolo” no? Oddio, la chiamavano… ora si chiama… boh, come si chiama ora? Circolo. Eh, infatti. Ma prima l’era la Casa dei Popolo…”

Seduto al suo tavolo da gioco, come se volesse in qualche modo fermare il tempo, Sindachino aspetta i suoi compagni di una vita: “Krusciovve”, il suo compare storico, due volte sindaco del paese, passato da PCI a PDS a DS a PD a Nonvotante; “Dumenuti”, che da ragazzo faceva l’attore nel teatro e da vecchio s’è rovinato col videopoker e “La Madonnina”, Marigia Martinelli, madonnina nell’aspetto e bestemmiatrice incallita. Ma in questa sera al circolo non si presenta nessuno. Sindachino però non molla e allora racconta, facendo un solitario con un mazzo di carte “mancamentato”, quello storico usato negli anni, in cui c’è un buco: manca infatti la carta del gobbo a mattoni. Come in tutte le tradizioni consolidate il mazzo non si cambia, e quando il barista avvisa Sindachino che è arrivata l’ora di chiudere, il protagonista sa che ci sono due cose da dire e da fare.

Nei cinquanta anni intercorsi tra la storica inaugurazione della casa del popolo e la sua imminente chiusura ci sono quindi vite, sentimenti e dolori che si intrecciano e che rivivono per una sera nel racconto nostalgico del protagonista, che ricorda Mario Cioni di “Berlinguer ti voglio bene”, nel suo dialetto toscano. Sindachino non parla soltanto di se stesso, ma esprime i valori di una comunità locale che si è riconosciuta in questi luoghi ed in senso lato delle idee di una generazione, che resta bloccata tra il desiderio di andare avanti e il ricordo del passato. (Valentina Cirri)


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