Vita e opere di Pontormo 1

Vi racconto la storia di Jacopo Carrucci

Jacopo Carrucci – questo il suo vero nome – nacque a Pontorme, presso Empoli, il 24 o 26 Maggio 1494 da Bartolomeo di Jacopo di Martino, pittore della cerchia del Ghirlandaio di cui non si conoscono opere, e da Alessandra di Pasquale di Zanobi. All’età di cinque anni perse il padre, a dieci la madre. Dopo la morte dei genitori, Jacopo e la sorella, Maddalena, furono accuditi dai nonni materni, Pasquale e Brigida.
Quest’ultima, probabilmente intuendo le non comuni capacità intellettuali del ragazzo, si prese cura della sua educazione e “gli fece insegnare leggere e scrivere et i primi principii della grammatica latina” (Vasari). In seguito alla scomparsa di Pasquale, Brigida tenne con sé Maddalena e condusse il nipote a Firenze, dove lo affidò ad un lontano parente, un non meglio precisato “Battista calzolaio”. Non è possibile stabilire con esattezza quando ebbe luogo il trasferimento di Jacopo, tuttavia un documento redatto il 24 Gennaio 1508 attesta che a tale data egli si trovava già nel capoluogo toscano sotto la tutela della Magistratura dei Pupilli, ente assistenziale che si occupava dei diritti dei minori rimasti orfani.

Grazie all’interessamento di Bernardo Vettori, il giovane venne introdotto nell’ambiente artistico fiorentino, e secondo le fonti dell’epoca (Vasari in primis) ebbe l’opportunità di frequentare le botteghe dei più prestigiosi artisti presenti in città: Leonardo, Piero di Cosimo, Mariotto Albertinelli e Andrea del Sarto; questi fu senza dubbio il maestro più importante per Pontormo, quello nei confronti del quale la sua arte è maggiormente debitrice, tanto che ancora oggi gli studiosi non hanno trovato l’accordo sull’attribuzione di alcune opere, variamente assegnate all’uno o all’altro.
Jacopo presumibilmente entrò nella bottega di Andrea nel 1512, e a quanto pare se ne allontanò l’anno successivo per dissidi di ordine professionale; comunque sia, durante l’apprendistato condotto presso il Sarto egli portò a compimento la propria formazione pittorica ed ebbe modo di stringere un forte legame di amicizia con il coetaneo Giovan Battista di Jacopo, meglio noto come il Rosso Fiorentino, conosciuto con ogni probabilità già alla scuola dell’Albertinelli. I due esordirono sulla scena artistica fiorentina collaborando alla realizzazione di alcune opere commissionate ad Andrea del Sarto, ma grazie al loro precoce talento iniziarono ben presto ad ottenere delle offerte di lavoro autonome.

In occasione dei festeggiamenti che la città di Firenze organizzò per l’elezione al soglio pontificio di Giovanni de’ Medici, divenuto papa l’11 Marzo 1513 con il nome di Leone X, Pontormo ricevette l’incarico di affrescare le figure della Fede e della Carità sul frontespizio del portico della Santissima Annunziata; le lodi unanimi espresse per tale impresa dai fiorentini, ma soprattutto gli elogi profusi da Michelangelo furono secondo Vasari all’origine della rottura che si verificò tra Jacopo e Andrea, che da allora non avrebbe più visto di buon occhio l’allievo. Quel che è certo è che a partire da quel momento il Carrucci cominciò a muoversi in maniera sempre più indipendente, anche se la sua strada sarebbe tornata ad incrociare più volte quella del maestro.
Tra il 1514 e il 1516 l’artista realizzò ad affresco la monumentale “Visitazione” nel Chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata, dove Andrea aveva da poco terminato la “Nascita della Vergine”, datata 1513; entrambi i dipinti facevano parte di un importante ciclo mariano che comprendeva anche lo “Sposalizio della Vergine” e l’”Assunzione di Maria”, eseguiti rispettivamente dal Franciabigio e dal Rosso tra il 1513 e il 1517.

Il 30 Novembre 1515 Leone X si recò in visita pastorale a Firenze, e in previsione dell’avvenimento a Pontormo fu affidato il compito di dipingere l’affresco della “Veronica” nella Cappella del Papa di Santa Maria Novella; la figura della Santa, di chiara derivazione michelangiolesca, piacque così tanto al pontefice che di lì a qualche anno si sarebbe ricordato del pittore per una importante allogagione.
Dal 1515 al 1518-19 Jacopo attese alla realizzazione delle fantasiose “Storie di Giuseppe” per Palazzo Borgherini. In vista delle nozze del figlio Pierfrancesco con Margherita Acciaioli, Salvi Borgherini ingaggiò alcuni dei più talentuosi artisti della città e commissionò loro il complesso ciclo pittorico: Pontormo, Andrea del Sarto, Francesco Granacci e il Bachiacca dipinsero le tavole con gli episodi più salienti del personaggio biblico, mentre Baccio d’Agnolo intagliò le cornici, le spalliere e i cassoni destinati ad ospitare i singoli pannelli.

La camera degli sposi divenne in breve tempo talmente celebre da suscitare le brame di molti potenti, primo fra tutti Francesco I di Francia, che nel 1529 tentò invano di entrare in possesso tanto dei quadri quanto del mobilio (che alla fine furono comunque dispersi sul declinare del XVI secolo per opera degli eredi della coppia, che smembrarono e misero in vendita l’intero organico, oggi diviso tra la Galleria degli Uffizi e la Galleria Palatina di Firenze, la Galleria Borghese di Roma e la National Gallery di Londra).

Terminate le opere destinate a Palazzo Borgherini, il Carrucci ricevette l’incarico di decorare insieme al Franciabigio e al Bachiacca l’anticamera dell’abitazione di Giovanmaria Benintendi, per il quale realizzò l’”Adorazione dei Magi” conservata a Palazzo Pitti.

Jacopo si andava affermando come uno dei più valenti pittori operanti in Firenze – senza dubbio il migliore della sua generazione – e lavorava a pieno ritmo producendo ritratti, pale d’altare e quadri a soggetto religioso di piccole dimensioni destinati alla devozione domestica; tuttavia ad una così soddisfacente carriera non corrispondeva una vita privata altrettanto gratificante: dopo la scomparsa di monna Brigida il giovane aveva accolto sotto il proprio tetto la sorella Maddalena, ma seguendo il triste destino dei genitori anch’essa morì prematuramente il 7 Dicembre 1517. Ad appena ventitré anni Pontormo aveva perso tutti i suoi familiari ed era di fatto rimasto solo al mondo.
I lutti, le sofferenze e le privazioni affrontati durante l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza, uniti ad un carattere particolarmente sensibile e incline alla malinconia, si incisero in maniera indelebile nell’animo dell’artista, di cui Vasari ha tramandato un penetrante ritratto psicologico dal quale emerge la figura di un uomo profondamente tormentato, infelice e pieno di nevrosi: “Era giovane malinconico e soletario (sic)”, si legge nelle “Vite”, “e quasi sempre stette da sé solo, senza voler che alcuno lo servisse o gli cucinasse”; “e fu tanto pauroso della morte”, prosegue il biografo aretino, “che non voleva, che non altro, sentirne ragionare, e fuggiva l’avere a incontrare morti. Non andò mai a feste, né in altri luoghi dove si ragunassero (sic) genti, per non essere stretto nella calca e fu oltre ogni credenza solitario” (continua)

Per gentile concessione
Barbara Prosperi (articolo pubblicato su “Metropoli” il 21 Febbraio 2014)