La Visitazione consegnata all’oblio

Vasari, Cosimo I de' Medici e la congiura dei Bonaccorsi-Pinadori

di Barbara Prosperi

Le “Vite de’ più eccellenti pittori scultori et architettori” di Giorgio Vasari, pubblicate a Firenze in prima edizione nel 1550, e in seconda edizione riveduta, corretta ed ampliata nel 1568, sono ancora oggi una testimonianza documentaria fondamentale per chi voglia conoscere, studiare ed approfondire la storia dell’arte italiana dal XIII al XVI secolo, con particolare riferimento alla straordinaria produzione del Rinascimento fiorentino.

Il silenzio dello storico
Al di là di qualche svista ed alcune imprecisioni, Vasari fu un biografo attento, dettagliato e prodigo di notizie, ed in linea con queste sue caratteristiche nella “Vita di Iacopo da Puntormo pittore fiorentino” dedicò ampio spazio alle vicissitudini esistenziali ed all’attività professionale del Carrucci; tuttavia sulla “Visitazione” di Carmignano, opera capitale all’interno del catalogo dell’artista, non spese nemmeno una parola, ignorando di fatto una delle tappe più significative nel percorso di maturazione tecnica, stilistica ed espressiva del Pontormo.

Un’omissione inspiegabile
Considerando che il Vasari aveva conosciuto personalmente il Carrucci, e che per la stesura della biografia a lui dedicata aveva inoltre potuto contare sulle informazioni fornite da due dei suoi più cari amici, ovverosia Agnolo Bronzino, allievo prediletto e principale collaboratore del Pontormo, e Vincenzo Borghini, spedalingo degli Innocenti, fine letterato ed eccezionale erudito, questa omissione appare quantomeno singolare.

Un soggetto delicato per un momento difficile
In merito al soggetto trattato nel dipinto, è stato pertinentemente osservato che, al di là del mero riferimento al testo evangelico (Lc I, 39-56), l’abbraccio tra Maria ed Elisabetta può anche essere interpretato in chiave simbolica come il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, o come allegoria dell’incontro tra l’Ebraismo e il Cristianesimo, oppure tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, e infine come emblema della transizione tra la Chiesa Romana e la Chiesa Riformata, cui Firenze anelava fin dai tempi della Repubblica di Savonarola, che aveva però pagato a caro prezzo le proprie istanze di rinnovamento.

In un’atmosfera religiosa estremamente tesa quale era quella del periodo, sul quale si proiettava lo spettro oscuro della controriforma cattolica, le probabili allusioni alle idee luterane potevano in effetti suggerire di passare sotto silenzio un’opera che si prestava a rischiose interpretazioni.

Una faida tra potenti nelle pagine del Ricci
Ma c’è un’altra ipotesi che non deve essere trascurata, e cioè che i committenti della pala appartenessero ad una famiglia poco gradita ai Medici, per i quali Vasari lavorava e che certamente non intendeva urtare citando persone o casate che non riscuotevano il loro favore.

E’ ormai un dato di fatto acquisito da tempo che la tavola venne eseguita per la famiglia fiorentina dei Pinadori, che possedeva una villa ed alcuni terreni nella zona di Carmignano, e a cui era intitolato uno degli altari della pieve del paese, presumibilmente lo stesso su cui oggi trova posto il prezioso dipinto. Un documento d’archivio venuto alla luce di recente attesta che nel 1538 monna Bartolomea del Pugliese, vedova di Pietro di Paolo di Bonaccorso dei Pinadori, dava disposizione che presso tale altare venisse celebrato ogni anno un determinato numero di messe.

Il marchese Antonio Ricci nelle “Memorie storiche del Castello e Comune di Carmignano” (Prato 1895, pp. 97-101) fa riferimento alla casata definendola dei Bonaccorsi-Pinadori, e a tale riguardo afferma che vi era una forte inimicizia tra di essa e Cosimo I de’ Medici. Questi nel 1540 aveva fatto impiccare l’oppositore politico Alessandro Bonaccorsi, e in conseguenza di ciò il nipote Giuliano organizzò per vendetta una congiura contro il duca. Secondo il Ricci il Bonaccorsi, nascosto nella villa di Carmignano, intendeva uccidere Cosimo mentre si recava da Firenze alla residenza di Poggio a Caiano, e per farlo aveva richiesto l’aiuto di un suo servitore. L’omicidio però non ebbe luogo perché i due podestà che all’epoca reggevano il paese, sospettando quanto stava per accadere, conferirono con il Medici, che senza esitazione fece impiccare Giuliano ed ordinò che il suo cadavere fosse trascinato come severo monito per le strade della città di Firenze. Tutto ciò avvenne tra il 1542 e il 1543.

La scelta dell’omertà…
Giorgio Vasari fu l’artista prediletto di Cosimo I. Per lui restaurò e decorò Palazzo Vecchio, per lui progettò gli Uffizi ed il Corridoio Vasariano, e a lui dedicò entrambe le edizioni delle “Vite”. Inserire all’interno dell’opera un riferimento ai suoi acerrimi nemici sarebbe stato indubbiamente imbarazzante, sicuramente inopportuno, probabilmente pericoloso. Alla luce di tali premesse appare evidente – nonché del tutto comprensibile e perfino umanamente giustificabile – che l’oblio cui Vasari consegnò la “Visitazione” di Carmignano fu una scelta meditata, deliberata e consapevole.

…e le sue conseguenze
Le ripercussioni che tale decisione ebbe nei secoli a venire furono pesantissime, perché quanti nel tempo si accinsero a scrivere del Carrucci fecero invariabilmente riferimento alle biografie vasariane, considerate l’imprescindibile punto di partenza per la trattazione dell’argomento. Ma poiché in esse non si trovava accenno alla pala eseguita per i Pinadori, essa rimase sconosciuta per quasi quattrocento anni, fino a quando nel 1904 lo storico dell’arte Carlo Gamba, nel corso di una visita alla pieve di San Michele Arcangelo, la notò e la attribuì senza incertezze alla mano di Jacopo da Pontorme.