Corrado Capecchi, internato militare

Uno degli ultimi carmignanesi tradotto in Germania

CORRADO Capecchi, nonno oggi di oltre ottant’anni che vive nella piazza centrale di Carmignano, fu catturato all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre. La sua è la storia di tanti altri militari italiani: dei molti che non tornarono e dei pochi comunque oggi sopravvissuti, per i postumi della prigionia o gli anni di vecchiaia.

Nel 1943 Corrado aveva 22 anni e si trovava in Albania aggregato alla divisione militare “Firenze”, una delle tante tra le 35 che in quel momento erano impegnate fuori dal territorio nazionale e dipendevano direttamente dall’Alto Comando tedesco. Bersagliere reduce dalla campagna yugoslava e poi carabiniere ausiliare, fu deportato nel nord-ovest della Germania, tra Hannover e Braunschweig. Nel campo di lavoro K.d.F. Stadt di Fallersleben, che un tempo era il villaggio per le ferie dei lavoratori tedeschi iscritti all’omonima associazione, rimase per quasi due anni. Fu liberato dagli americani nell’aprile del 45 e rimpatriò quindi a casa nel luglio dello stesso anno. “Era il giorno di Sant’Anna – racconta – Me lo ricordo perché mia madre mi disse di averla a lungo pregata e proprio in quel giorno ero tornato”. Fu comunque un ritorno senza clamore, “quasi come si conviene a degli appestati” rimembra. Sul rifiuto a collaborare con i nazisti dei 600 mila soldati italiani catturati era infatti già calato quel silenzio che ne ottenebrerà la memoria per tanti anni. Ancora vivi e nitidi sono invece nella mente di Corrado tanti aneddoti ed angherie subite. Parla dei reiterati tentativi dei militari tedeschi per indurli a collaborare. Si sofferma e mentre gli occhi vagano nel vuoto spiega come lì vicino, nello stabilimento industriale di “Stadt des Kadief Wagen” si costruissero improbabili anfibi per lo sbarco in Inghilterra, autobili, aerei e le note bombe volanti V1 e V2. Ricorda anche di come all’alba dovessero percorrere un sentiero sconnesso e fangoso di almeno cinque chilometri. Ai lati si stendevano piantagioni di barbabietole, patate e carote. Ma guai a staccare anche un solo frutto. Le guardie vigilavano attente e le punizioni potevano essere davvero esemplari. La voce di nuovo si sofferma. “Mangiavamo una volta al giorno, sa, se andava bene – spiega ancora Corrado – ed eravamo adibiti allo scavo di terra per la costruzione di baraccamenti di ogni tipo. Molti sono morti di fame e di malattia. All’appello, la mattina, spesso qualcuno non rispondeva. Andavamo a vedere nelle baracche e li trovavamo senza vita, finiti come una candela”. (wf)