Gli scalpellini di Poggio alla Malva

Un libro di Daniela Nucci

Il titolo e il sottotitolo ingannano:”Battere i’ sasso. Vita e vicende di cavatori e scalpellini di Comeana e Poggio alla Malva”. Ingannano almeno in parte. Sembra un libro che racconta la vita e la storia dei cavatori e degli scalpellini che a Comeana e a Poggio alla Malva lavoravano fino agli anni Cinquanta del secolo scorso la pietra. E così è, da lì si parte. Ma la nuova ricerca della carmignanese Daniela Nucci sconfina oltre.

C’è una domanda che le risuonava in testa. Perché a Poggio alla Malva, dove un tempo gli scalpellini erano  l’ottanta per cento di tutta la popolazione, c’è stata storicamente una maggiore e più avanzata presa di coscienza sociale? Una situazione che si è ripetuta identica a Comeana, dove per la presenza di più fattorie gli scalpellini erano un po’ meno ma pur sempre numerosi. Non sarà, si è chiesta Daniela, che il motivo è stata proprio la presenza di questi scalpellini, che d’inverno e quando c’era poco lavoro emigravano in Italia, all’Elba ed anche Oltralpe, molti nel Canton Ticino in Svizzera dove le idee anarchiche e socialiste avevano trovato maggior terreno fertile? Di sicuro rispetto ai contadini “quegli scalpellini dal mestiere antico potevano avere più contatti con i movimenti che allora agitavano le città e il mondo”: quegli scalpellini di Poggio alla Malva e Comeana che tagliavano e scolpivano la pietra per farne portali di palazzi finemente lavorati, colonne e capitelli, quegli scalpellini che avevano dato vita a società di mutuo soccorso e sempre in prima fila negli scioperi tra Otto e Novecento. “Subito dopo le trecciaiole che erano le più coraggiose” annota Daniela.

Il libro racconta anche questo, assieme alla storia, a grandi pennellate, dei due paesi. “Anzi – confessa l’autrice – forse lo spunto è nato proprio da questa domanda”. “E’ un libro più breve di quelli che sono abituata a scrivere” si schernisce. Conta un centinaio pagine e un’altra decina di vecchie foto in bianco e nero, scatti che raccontano il lavoro durissimo a cui erano costretti gli scalpellini ma anche il loro orgoglio. Libro più breve, ma con lo stesso filo rosso di almeno la metà dei sette libri sfornati da Daniela Nucci negli ultimi cinque anni, folgorata con l’età della pensione dalla passione per lo scrivere ma soprattutto brava nel rivoltare archivi polverosi e biblioteche.

“Ci sono personaggi (o gruppi di persone e professioni come in questo caso) liquidati dalla storia a volte troppo in fretta” racconta. Le cave di pietra serena della Gonfolina lungo l’Arno non risuonano più da oltre mezzo secolo: una decina di anni fa era stata lanciata l’idea di farne un museo a cielo aperto, poi caduta nel vuoto, e la memoria di quella professione è oramai quasi scomparsa . “Ho provato – dice Daniela – a salvarli dall’oblio”. Un’operazione da microstoria destinata a proseguire. “Il prossimo libro sarà infatti su Ippolito Niccolini” annuncia, ovvero il sindaco di Carmignano, senatore, sottosegretario ai lavori pubblici e imprenditore agricolo moderno che ha ripensato la viticoltura del Montalbano tra Otto e Novecento.

Nel libro si raccontano tante curiosità. Forse gli scalpellini di Carmignano arrivavano dagli Appennini, venuti sul Montalbano per costruire il muro del Bargo che era la grande riserva da caccia dei Medici. E lì dopo rimasero, dando vita di fatto, da soli, ad un intero paese come Poggio alla Malva. Entrarono anche in contrasto poi con Medici e granduchi, perché rovinavano la strada per Pisa e buttavano spesso i residui della lavorazione in Arno, mettendone a rischio la sua navigabilità.

Il recupero della memoria perduta diventa la storia di alcune famiglie: i Nesti e Cintolesi, ma anche Poggi e Lippi, Bertini e Guidotti, Martelli, Trinci, Lupi, Fortini, Rimediotti e molte altre. Alla fine la ricerca diventa anche una storia sull’emigrazione. Apre infatti una finestra sui carmignanesi a Giornico e Bodio in Svizzera, che la sera si ritrovavano a declamare la Divina Commedia o a cantare di poesia in ottava rima. Molti sono emigrati e poi tornati, altri sono rimasti lì ed hanno fatto anche fortuna. Ma questo potrebbe essere un nuovo libro e un’altra storia. Una storia raccontata anche da un film documentario realizzato nel 2005 da un regista svizzero, venuto a intervistare a Poggio alla Malva gli anziani del paese. (wf)

Altre notizie sugli scalpellini di Comeana (sul nostro sito)
Le cave della Gonfolina a Comeana
Alla Gonfolina, lungo  la riva dell’Arno