L’ultimo mezzadro a Carmignano

Mauro Innocenti e la mezzadria in Toscana

Mezzadri
a Prato e dintorni
Gen 1993
Gen 1992
Prato
38
45
Carmignano
25
31
Calenzano
13
15
Vaiano
6
8
Poggio a Caiano
5
6
Montemurlo
4
n.d.
Vernio
1

n.d.
Cantagallo
0
1

Questo servizio è stato pubblicato la prima volta nel 1993 sul Tirreno di Prato, riproposto poi per ampie parti nel 2000 sul periodico pistoiese Master.

Finisce la mezzadria. Ma di fatto era scomparsa da trent’anni
NOVE anni fa (nel 1993 ndr) si chiudeva un’epoca. La mezzadria, quello strano ed innovativo contratto agrario tipico di gran parte della Toscana che vedeva il contadino partecipare agli utili (e alle perdite) del raccolto, cessava ufficialmente di esistere. Era l’11 novembre 1993 e scadeva l’ultima proroga di una legge del Parlamento, la numero 203, che già nel 1982 aveva decretato di questo rivoluzionario modo di condurre i campi la fine inesorabile. Nella provincia di Prato a quella data rimanevano ancora sulla carta 92 mezzadri; nel 1992 figuravano in tutta la provincia di Firenze, secondo la Confederazione Italiana Agricoltori, ben 777 nuclei. Ma ben pochi oramai potevano realmente dirsi autentici. A leggere queste stime sia pur ufficiali, limitandosi al mero dato numerico rilevato, si rischia di falsare la realtà. La legge 203 del 1982 aveva difatti regolato la conversione di numerosi contratti agricoli, da operarsi entro quattro anni dall’entrata in vigore del testo legislativo; quanto ai poderi che risultassero produttivamente insufficienti o ove il mezzadro dedicasse all’attività agricola meno dei due terzi del proprio tempo di lavoro complessivo, fu stabilita una proroga di dieci anni a partire dall’annata agraria successiva. Alle unità mezzadrili, che all’atto della presentazione della domanda di conversione non risultasse per lo meno un lavorante con meno di sessanta anni, ne furono concessi sei. Era chiaramente una categoria residuale. I bei tempi erano oramai trascorsi e la mezzadria veniva spesso praticata solo part-time. Molti svolgevano altre attività lavorative e si dedicavano ai campi (chiaramente di dimensioni non elevate e magari non vicino a casa) solo nel tempo libero. Erano tessitori o commercianti con una vocazione tutt’al più campagnola. L’esercito dei mezzadri degli anni “50 , che popolavano la campagna di Poggio a Caiano, di Carmignano e della Valbisenzio, in effetti si era già decimato da oltre trent’anni, da quando con il boom economico era diventato assai più redditizio (e forse meno faticoso) andare a lavorare nelle fabbriche di Prato. Eppure della mezzadria, a distanza di diversi lustri, si continua ancora oggi a discutere e parlare: a luglio del 2000 c’è stato un’interessante incontro presso la biblioteca comunale “Palazzeschi” a Seano. Qualche vecchio proprietario terriero dice che è stata addirittura “una scuola di economia”, nel senso che, legando il proprio guadagno direttamente agli utili dell’azienda, certi mezzadri sarebbero divenuti coscienziosi amministratori e successivamente piccoli ed arguti imprenditori od artigiani del tessile.

La storia della mezzadria
LE COLLINE toscane con i loro docili declivi e le vallate armoniche e dai colori multiformi sicuramente non sarebbero state le stesse se la mezzadria non fosse esistita. Forse più del clima, il lavoro dei mezzadri ha difatti contribuito a modellare in una maniera unica e varia la campagna che ci circonda. La mezzadria nacque all’epoca dei Comuni, ben prima del 1200, sostituendosi alla servitù della gleba: ed in tal senso fu un evento quasi rivoluzionario. Il nome indica chiaramente come all’inizio al contadino spettasse metà del raccolto; in tempi più recenti la quota di riparto assegnata al mezzadro è però progressivamente cresciuta, raggiungendo col famoso “Lodo De Gasperi” il 54 % e successivamente il 64 %. Con la nascita delle industrie accusò il primo contraccolpo, giacchè la ricca borghesia cittadina dirottò verso le fabbriche i propri capitali. Ma in Toscana sopravvisse, grazie anche alla riforma leopoldina del 1785. Fu esaltata dalla propaganda fascista, come esempio di solidarismo tra classi opposte; ma niente o poco fu fatto per migliorare realmente le condizioni di vita dei mezzadri, se non solo opere di facciata. Nel secondo dopoguerra il richiamo della città, con le numerose opportunità di lavoro dovute alla forte espansione dell’industria e dell’edilizia, operarono in maniera decisiva sulle più giovani generazioni e la loro voglia di autonomia. Ma occorreva il permesso del concedente affinchè i figli dei coloni potessero lavorare altrove, magari in fabbrica. “Il nucleo familiare mezzadrile, con le sue regole di rispetto gerarchico, fu il primo a cadere” ha osservato Claudio Cecchi in una ricerca sull’evoluzione dei contratti agrari. In quel momento così critico, e per tutti gli anni Cinquanta, in molti si dimostrarono comunque miopi. La sinistra era schiava delle proprie pregiudiziali ideologiche sul mondo contadino e la proprietà, agrari e loro referenti politici consideravano la mezzadria come un fattore di stabilità e si dimostravano imprenditorialmente di mentalità troppo arretrata. Si lottò unicamente per una migliore ripartizione dei prodotti e le organizzazioni dei contadini sbagliarono nel non favorire la formazione di una piccola proprietà.

A Seano l’ultimo mezzadro, figlio e nipote di mezzadri
UNA GRANDE AIA a ridosso del torrente Furba a Seano, con polli ed altri animali da cortile sparsi un po’ ovunque. Alle spalle la vecchia casa colonica dagli eleganti archi a tutto tondo e la stalla dove trovavano posto una mucca, due vitellini ed una vitella. Così si presentava nel 1993 la casa di Mauro Innocenti, superstite di un esercito di mezzadri che a Carmignano – dove ha sempre vissuto – occupava nel 1961 oltre la metà della superficie agricola del comune e superava di gran lunga, per numero di nuclei, la somma dei poderi a conduzione diretta o con salariati. Pochi giorni prima di quell’11 novembre 1993 che sanciva definitivamente la fine della mezzadria, lo intervistai. Mezzadri erano stati il padre Alfredo come il nonno Torello; e proprio nel podere di Cegoli, dove ancora lavorava, Mauro era nato, anche se in una casa diversa da quella in cui viveva allora assieme alla moglie Lucia. Parlando di fianco all’immenso focolare che occupava gran parte della sua cucina, ci raccontava come era cambiata la vita nei campi in cinquanta anni. “Un tempo coltivavamo fagioli, saggina, trifoglio, pere,grano ed uva, vivendo quasi esclusivamente di quello che producevamo” spiegava mostrando alcuni libretti colonici oramai ingialliti, vecchi di oltre mezzo secolo e su cui veniva registrata la contabilità dei raccolti. “Oggi invece i tre ettari sono occupati solo da viti e prati”. I suoi occhi si illuminavano nel ripercorrere i sessantatré anni di vita oramai trascorsi, rievocando i tempi lontani in cui attorno non vi era nessuna delle odierne abitazioni di via Don Minzoni: anni in cui “ci si spostava prevalentemente a piedi o in groppa ad un ciuco”. La mietitura e la vendemmia erano quasi un rito, che a Seano viene rievocato ogni anno per la festa della battitura a Parco Museo “Quinto Martini”. E per l’occasione “le famiglie di mezzadri si aiutavano a vicenda”. “Gli orologi non esistevano – mi ricordo che diceva, scorrendo quel mio vecchio blocco di appunti – e lavoravamo dall’alba al tramonto, più o meno come ora ma pranzando sui campi con una fetta di pane e fichi secchi e, quando c’era, mangiando salame. Per la sera della battitura preparavamo invece la panzanella”. La divisione in parti uguali dei proventi della terra tra proprietario terriero e contadino creava un rapporto compromissorio ed ambiguo: nel periodo del Fascio furono fissati anche premi sulla produzione, ma la soggezione del mezzadro nei confronti del padrone rimaneva preponderante. “Una volta mio nonno – raccontava Mauro Innocenti – si recò a Capezzana ( i cui conti erano i proprietari del podere, ndr) per portare un cappone. Ci fu una discussione sulla qualità dell’animale e il costo del cappone ci sarebbe stato addebitato. Mio nonno decise allora di venderlo al macellaio e con il magro ed il lesso che ebbe in cambio festeggiammo il Natale”. Se alla fine dell’anno risultavano creditori, il padrone depositava su di un conto corrente quanto era dovuto ai mezzadri. Con questo deposito il concedente intendeva difatti tutelarsi dall’eventualità di una successiva annata in cui il colono risultasse invece debitore. “Una grandinata o una stagione troppo secca potevano danneggiare il raccolto” ci diceva l’esperto mezzadro. Ma le maggiori incertezze e perdite di solito venivano dal bestiame. “Una mucca oggi ti può voler bene e domani non far più latte e vitelli, o addirittura morire”. “In caso di bisogno – chiariva Mauro – il padrone poteva comunque autorizzarci a ritirare parte dei soldi depositati sul conto corrente. Così è stato quando mio nonno ed io, che allora avevo otto anni, prendemmo la polmonite. E dovevamo curarci”. (wf)