Storie di antifascisti e presunti sovversivi

Il 25 aprile nel ricordo di chi fu perseguitato

Ricordare. Ricordare la gioia della Liberazione, chi per un’ideale e una vita diversa ha lottato (magari per venti anni, per tutto il ventennio fascista) e chi ha perso la vita. Ricordare il 25 aprile è anche questo e lo si può fare tirando giù dagli scaffali della libreria un libro di una decina di anni fa, “Dalla diffida alla pena di morte”. Seicento pagine in cui Michele Di Sabato racconta la persecuzione degli antifascisti a Prato e dintorni, da chi fu diffidato – magari solo per aver intonato “Bandiera Rossa” dopo qualche bicchiere di troppo di vino o aver inveito contro il capo del governo – a chi fu spedito al confino o fucilato.

Trecento perseguitati o presunti sovversivi finiti negli elenchi speciali, una quindicina di sorvegliati tra gli emigrati all’estero. E tra tutti questi non mancano i carmignanesi e poggesi: una trentina, tre anche tra chi aveva lasciato l’Italia, in Francia e Svizzera.

Ci sono settantenni come Giovanni Acciaioli, a volte già minati nel fisico, spediti al confino per uno o più anni solo per un paio di improperi all’indirizzo di Mussolini. Oppure condannati per ‘grida sediziose’, come il settantenne (anche lui) Emilio Matteucci, bracciante di Seano. C’è chi magari davvero faceva propaganda ed era iscritto alle organizzazioni socialiste e comuniste messe fuori legge dal regime, ragazzi di venticinque anni, come Marino Armanini dal Poggetto o Alfredo Cappellini, di Carmignano ma che abitava a Prato. Ma tanta era la gente comune, gente – diremmo oggi – ‘non politicizzata’ ma insofferente per un’Italia che non era quella che avrebbe voluto.

Giovanni Belli e Orlando Rossi furono arrestati mentre tentavano di espatriare clandestinamente in Francia, luogo di rifugio per molti perseguitati politici. Con Dino Bonechi furono segnalati, una volta, anche perché all’isola di Tizzana, vicino Seano, cantavano “Bandiera Rossa”. Santino Mugnai, carmignanese che abitava a Ponte a Greve, divenne più tardi gappista. Esempi simili a tanti altri. Qualcun’altro, per quiete vivere o per non essere costantemente sotto sorveglianza, magari semplicemente per la speranza di un lavoro, si iscrisse alla fine anche al partito nazional fascista.

Tra i trenta carmignanesi perseguitati c’è anche una donna: Maria Vivarelli, fruttivendola che viveva a Pistoia, arrestata nel 1926 a 45 anni per ‘offese al Primo Ministro e apologia di attentato”.

Tragica la fine di Arturo Lassi, detto Filone: fu deportato nel campo di sterminio di Ebensee in Austria dopo gli scioperi a Prato del marzo 1944 e ucciso da un soldato che gli fracassò la testa con il calcio del fucile perché, stanco, si era accasciato a terra con un ballino di catrame che non ce la faceva più a portare.

Ma la storia più famosa resta quella del comeanese Fortunato Picchi, emigrato in Inghilterra a fare il cameriere e internato all’isola di Man assieme a tanti altri italiani emigrati dopo che l’Italia era entrata in guerra. Il Governo inglese gli concesse di arruolarsi nei paracadutisti e fu spedito tra Avellino e Potenza con un gruppo di sabotatori. Catturato cercò di farsi passare per inglese, poi confessò la verità e il 5 aprile 1941 fu condannato alla fucilazione alla schiena, come una spia e un traditore. Nonostante volesse solo liberare l’Italia. (wf)

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Il servizio è stato pubblicato ad aprile del 2014 sull’edizione di Prato del Tirreno